Intervista ad Alfredo De Palchi
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Mentre Incantesimi sui vivi è un collage di diverse entità ammaliate, la raccolta Adamo ed Eva già dal titolo promette un riferimento ad un piano mitico stabile. Col titolo Šiktanc evoca riferimenti intertestuali alla storia consolidata del peccato originale; il suo approccio non offre un’allegoria recente né un apocrifo. Ci troviamo a rileggere il libro della Genesi, introdotto però dall’Orazione alla Dea della Memoria, nella quale dominano i tentativi di trovare un punto fermo. Quante volte si ripete il solo “Fa ...”, senza che nella poesia lo stato di qualcosa di immutabile davvero esista. Viene raccontata la nota storia ma ancora una volta – e forse ancor più che nelle raccolte precedenti – è la lingua stessa a parlare: lì dove il racconto biblico è trionfo di completezza, consistenza e naturalezza del piano divino, lì è la versione di Šiktanc affermazione di una moderna o modernista frammentarietà, disarticolazione, isolamento di parole e limitatezza delle nostre capacità di denominare in frasi il nostro mondo quotidiano. Il mondo dell’Adamo ed Eva di Šiktanc è un mondo non paradisiaco ma rurale, infangato, un mondo di tombe, cimiteri e bruciato, attraverso il quale i protagonisti si fanno strada come pellegrini. È come se non avessero quasi tempo o forza per il peccato originale; tutto è come se fosse già alle nostre spalle piuttosto che davanti a noi, Dio continua nella creazione, ma il risultato non è il primo amore, ma appunto un amore trascorso. Anche questo è – tipico per Šiktanc – sempre amore, ma amore senza illusioni o speranze, amore come peso, sorte, lascito. Qui già si cristallizza il motivo stabile e per Šiktanc “archetipico” del tempo ciclico, nel quale non avanziamo verso luminosi domani, ma portiamo con noi ogni peso del passato, che però per noi non è il saggio consigliere hegeliano, ma piuttosto trauma, labirinto impossibile da abbandonare. L’intera composizione è una storia fatta di inciampi, superamenti, desiderio di avanzare e impossibilità a tirarsi fuori dall’umano passato, sia personale sia più generale. E di nuovo della non esistenza di frontiere che l’intera composizione in effetti tematizza: nessuna parte può essere estrapolata e considerata una poesia a sé e allo stesso tempo nemmeno l’insieme offre una lettura lineare, dove appunto la compattezza è anche garanzia di catarsi del lettore. La composizione ci obbliga di continuo a ritornare, controllare dove il motivo in questione sia già apparso e in quale modo e forma sia già stato presentato. Adamo ed Eva è uno dei più formidabili ed efficaci labirinti della poesia ceca moderna: il lettore non vi si sente mai completamente perso, ma allo stesso tempo non riesce mai ad estrapolare il significato generale, a razionalizzare la propria lettura e, a distanza di tempo, a vedere come e cos’è in effetti accaduto nella poesia.
Il principio di un sostegno intertestuale compatto, che prendesse spunto da una storia universalmente conosciuta, l’andamento o lo stato delle cose, Šiktanc l’aveva provato prima di Adamo ed Eva nella raccolta di poesia praghese Una città di nome Praga (1966), e lo troviamo anche in seguito, quando all’autore fu impedita la pubblicazione. Rifacendosi al principio artistico delle lunette scrive la composizione L’Orologio ceco (samizdat 1974, pubblicato all’estero (“in esilio”) nel 1980, ufficialmente nel 1990), il principio delle barocche raffigurazioni artistiche e teatrali della dans macabre viene da lui usata in La danza della morte ovvero Il Signore non è ancora morto (samizdat 1979, ufficialmente 1992). Anche qui si ha la conferma di come l’approccio di Šiktanc si concentri su specifiche strategie di composizioni e temi, e questo insieme iniziale “preso in prestito”, grazie alla potenza poetica viene spostato verso dimensioni e significati completamente nuovi. Un esempio simile possono essere considerate, in definitiva, anche le sue favole (Fiabe regali, 1994), nelle quali nuovamente il repertorio tradizionale fiabesco di temi ed espressioni viene spostato verso una rappresentazione singolare, che va a colpire le dimensioni “archetipiche” della nostra vita, e ciò in una forma accessibile ad un pubblico di bambini ma che allo stesso tempo offre anche agli adulti una piena esperienza di lettura.
A differenza delle lunghe composizioni poetiche menzionate, la raccolta Come si strappa il cuore appare come una raccolta “tradizionale” di poesie in volume. La sua compattezza e anche la sua composizione complessiva sono date di nuovo da motivi stabilizzati, il ritorno del tempo e dello spazio paesistici. In questa raccolta aumentano anche i motivi sia della storia dell’umanità in generale sia della storia ceca in particolare, e ciò come spazio dell’eredità o della tradizione dalla quale non è possibile sfuggire. È perciò anche sintomatico che la poesia che apre la raccolta, La Notte di San Mai, abbia il forte motivo di quel periodo dei soldati che “urlano forestieri”. I riferimenti a tutti i periodi storici di sconfitte o occupazione si fondono qui inevitabilmente (la raccolta è datata 1969-1970) con gli avvenimenti attuali, l’occupazione sovietica. La storia si ripete in cerchi o spirali, senza che sia possibile imparare dal passato o uscir fuori una volta per tutte da questa ciclicità. Il destino umano qui assume un evidente aspetto esistenziale: la creazione e la formulazione di valori stabili sono continuamente interrotte da un flusso di irrazionalità: la storia dota ogni singola persona della capacità di relazionarsi al mondo, ma allo stesso tempo la lega.
Un aspetto molto caratteristico delle poesie di Šiktanc degli anni ‘60 è il modo in cui stilizza il soggetto lirico della poesia. Di solito è colui che svolge la funzione di mettere a nudo la propria interiorità, la cui immagine riflette il mondo circostante, di compattare e interpretare. In Šiktanc il soggetto lirico si polverizza in polifonia di vari parlanti: le tendenze epiche delle sue poesie permettono di descrivere non solo le sensazioni ma anche i destini degli eroi lirici, dei quali ognuno è però soltanto una parte del soggetto. La voce maschile è sempre bilanciata da quella femminile, la voce dell’esistenza presente da quella del passato. Allo stesso modo che nella prosa di Kundera degli anni ‘60, anche in Šiktanc è come se fosse possibile pronunciare la riflessione dell’esistenza dell’individuo soltanto alla prima persona singolare, quando solo l’insieme di tutte le voci offre al percepente la possibilità di arrivare a sapere tutto ciò che è stato attraverso la resa interpretativa. Anche Šiktanc sulla base dell’esperienza personale ben conosce l’illusorietà delle formulazioni in prima persona plurale. E per questo motivo, pur orientandosi verso gli archetipi dei destini umani nel mondo moderno, li formula sempre come risultante delle affermazioni di vari “io”, e mai come sommarietà coerente. Nelle poesie di Šiktanc si parla relativamente spesso col discorso diretto, in alcuni casi viene parafrasata l’allocuzione narrante. La questione di chi sia a parlare e in quali circostanze diventa ancor più pungente in quanto oltre ai parlanti lirici esplicitamente tematizzati parla anche la persona lirica che compatta il tutto: colui che correda la poesia con la sua dizione espressiva, quando sceglie le cacofonie, le rime, gli indirizzi ritmici, i refrain, una sintassi spezzettata, e così via. Anche questo soggetto lirico unificatore non si erge ad organizzatore e garante dell’ordine, ma rimane nella posizione di colui che vuole dire qualcosa, ma non diventa mai maestro delle proprie parole: così come sui protagonisti lirici di Šiktanc prevale la duratura cornice della storia e la fenomenologia intersoggettiva del mondo, così anche sul parlante lirico dell’autore prevale la lingua. Lingua che non è un comodo strumento per comunicare idee o dimostrare la forza dell’immaginazione, ma è un peso, pieno della tradizione di significati dei motivi in uso fino ad ora, così come di espressioni, frasi, nomi. Šiktanc è come se cercasse di liberare la sua lingua da questi legami con l’unicità di quello che il mondo circostante “incanta” (santo Mai, neologismi, metafore straordinarie, parole estrapolate dal contesto di una costruzione, dove esprimono cliché), ma non riesce mai a raggiungere un’assoluta autonomia, una produzione espressiva che assume soltanto quei significati intesi e voluti dal parlante. La lingua parla da sola o meglio attraverso la lingua parla di nuovo il lascito collettivo generazionale di coloro che la usano: della lingua non ci si può appropriare, ma non è nemmeno possibile uscire dalla lingua, costruire un singolare sistema di comunicazione proprio. Ed è di nuovo rilevante il fatto che Šiktanc non rimandi soltanto alla tradizione della poesia ceca, ma nelle sue poesie inserisca anche la tradizione e la cultura del genere umano in generale, senza riguardo per limiti di spazio o tempo.
La poesia di Šiktanc degli anni ‘60 offre una complessa e quasi cosmogonica rete di intrecci e relazioni, nelle quali non è facile orientarsi. Allo stesso tempo, però, non è soltanto la costruzione di un labirinto fine a se stesso, che mostra l’immaginazione o la metaforicità dell’autore. Le poesie ricordano di continuo al lettore che in questo mondo poetico ci troviamo al centro del processo del discorso come ricerca, che seguiamo l’atto dell’incantesimo del mondo intorno a noi attraverso parole che invece che risultati offrono processi. È il mondo della ricerca di come e attraverso cosa relazionarsi al nostro mondo. In Šiktanc già manca la fede nel potenziale analitico della poesia, capace di disporre l’immaginazione in modelli razionali capaci di offrire verità, soluzioni, conclusioni. La sua poesia è un continuo tentativo di denominare, enunciare, poiché l’enunciato è subito confrontato con voci diverse e spesso contrarie. La sua poesia non offre composizioni nelle quali in conclusione gli avvenimenti significativi gradatamente raggiungono il culmine per offrire un risultato. La forza della sua poesia è interna, nello spazio tra singole voci, motivi, metafore, e non al di fuori, nell’assorbimento dei risultati.
A partire dagli anni ‘70, l’opera successiva di Šiktanc si sviluppa in maniera sempre suggestiva e interessante. I contorni dinamici di base del suo mondo poetico sono comunque fondati già nell’opera degli anni ‘60 e in maniera consistente sopratutto nelle tre raccolte sulle quali ci siamo soffermati. È lì che si costituisce la voce poetica e la poetica stessa, sempre accattivanti per il lettore anche dopo decenni. Per molti degli altri rappresentanti della sua generazione c’è bisogno di istruzioni contestuali: conoscenza dei destini personali, dell’intero sviluppo della loro poetica. Šiktanc con le sue raccolte degli anni ‘60 ha invece raggiunto un significativo grado di autonomia, che garantisce durata e comunicabilità di questa poesia anche oltre il tempo e il luogo dove ebbero origine.
(traduzione di Antonio Parente)
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