Intervista ad Alfredo De Palchi
Galleria Immagini
Galleria Video

di Petr A. Bílek
È quasi il destino di ogni storico della letteratura avere la sensazione che tutto, in qualche modo, sia già stato detto o scritto, che lo stato attuale ripeta, anche se con variazioni, e affini qualcosa sí di interessante ma che ha già avuto luogo precedentemente, già pienamente compiuto. Col passare del tempo riusciamo in un certo senso a comprendere tutto molto meglio, in quanto il tempo stesso riduce tali avvenimenti, rendendoli meglio comprensibili: sappiamo cosa vogliamo chiedere al passato e quali domande o situazioni riteniamo invece irrilevanti e sappiamo anche quale forma vi sia stata impressa. Da questo punto di vista si potrebbe avere l’impressione che tutto ciò che c’è di importante nella poesia ceca sia già avvenuto negli anni ‘60 del XX secolo, l’epoca dei Golden Sixties anche per la poesia, e che poi tutto nei decenni successivi sia stato soltanto rifinito, rifatto, riprovato o riciclato. Non è questo un quadro completamente preciso, ma abbastanza vicino al vero.
Gli anni ‘60 sono infatti interessanti in quanto – e dal nostro punto di vista per l’ultima volta – barcollano quasi totalmente quelli che erano stati i temi e la poetica della poesia ceca fino a quel momento, cambia la ricezione sia della critica sia dei lettori, e gli avvenimenti in poesia offrono una storia dinamica e di difficile comprensione, con molti protagonisti, enigmi e rovesciamenti. Nel corso degli anni ‘60, nella poesia pubblicata ufficialmente tornano i grandi poeti che erano stati messi da parte precedentemente dal concetto stalinista di letteratura: Vladimír Holan, Jaroslav Seifert, Jiří Kolář, Bohuslav Reynek. Accanto a loro muta continuamente, si stabilizza e si approfondisce l’opera di autori, i quali, chi più chi meno, avevano pubblicato con una certa regolarità nella seconda metà degli anni ‘50: Oldřich Mikulášek, Jan Skácel, Josef Kainar, František Hrubín. Troviamo anche autori che scrivono la parola fine sulla loro produzione poetica proprio sulla soglia degli anni ‘60: Milan Kundera o Pavel Kohout. Nella prima metà di quel decennio, però, sale alla ribalta una nuova generazione, originale e inquisitiva, per la quale la poesia è un genere del tutto nuovo e anche un mezzo, una generazione non troppo legata ai suoi padri o nonni poetici: Ivan Wernisch, Jiří Gruša, Antonín Brousek, Pavel Šrut, Miroslav Topinka. E inoltre troviamo anche una interessante generazione che in gioventù si era riallacciata alla poesia stalinista e che in seguito trova uno stile proprio nella poetica “della quotidianità” della seconda metà degli anni ‘50. Questa generazione (Jiří Šotola, Karel Šiktanc, Miroslav Červenka, Miroslav Holub) si scinde proprio negli anni ‘60, e i suoi rappresentanti intraprendono cammini separati, pur conservando nelle menti il lascito del passato, la coscienza di tutto quello su cui si può cadere in fallo, ma anche la risoluzione di lottare contro questo passato. E ciò non tanto con ripetuti e adesso corretti mutamenti del mondo o della società, come nel caso di Kundera o Kohout, ma piuttosto ora soltanto con una produzione propria, quasi privata, e con la responsabilità solo di se stessi e della propria opera. Per qualcuno questa risoluzione dura soltanto fino all’arrivo dei carri armati sovietici nel 1968, per altri per sempre. E qui inizia la storia di Karel Šiktanc, autore sul quale ci concentreremo, senza considerare i pur notevoli cammini o destini degli altri autori della sua generazione.
Sulla soglia degli anni ‘60, Šiktanc ha alle spalle una poesia retorico-costruttiva (A te, vita!, 1951, Face di primavera, 1954, Mareggiata, 1956), che sia per temi sia per poetica non si differenzia molto dall’opera di altri poeti di quel periodo. Soltanto a cavallo degli anni ‘50 e ‘60, dopo aver superato la trentina, Šiktanc trova temi e mezzi espressivi più originali. Nelle raccolte Sete (1959), Le notti di Heine (1960), Morte defunta (1963) o Pozzo artesiano (1964) si cristallizzano già quelli che saranno i temi emblematici della sua opera: l’essere umano sullo sfondo della storia, cioè degli avvenimenti che lo formano e deformano, e la comunità alla quale è legato e dalla quale, allo stesso tempo, cerca di liberarsi per intraprendere il suo cammino. E anche un’espressività ricca e personale: un’elocuzione drammatica, una rete di motivi che con precise espressioni lessicali, con ripetizioni e variazioni raggiungono forma simbolica o archetipi poetici; un particolare contenuto lessicale che accentua l’unicità creativa della poesia; una marcata e complessa organizzazione ritmica e rimica; il concetto di poesia come ampia composizione sintattica, nella quale si alternano le voci e le circostanze allocutive. Questa tendenza si manifesta pienamente in tre raccolte successive che possiamo considerare, da un certo punto di vista, il culmine della rigenerazione di Šiktanc in uno dei più originali e più interessanti poeti cechi della seconda metà del XX secolo. Si tratta delle raccolte Incantesimi sui vivi (Praga 1965, tiratura 9500 copie; 2a edizione nella selezione Amore cieco, 1968, 6000 copie), Adamo ed Eva (Praga 1968, tiratura 17000 copie; 2a edizione 1970, 4000 copie; 3a edizione 1990, 11000 copie) e Come si strappa il cuore (la pubblicazione pronta per il 1971 fu scartata e distrutta, pubblicata varie volte come samizdat anche all’estero (Monaco 1983) e ufficialmente per la prima volta nel 1991, insieme ad una scelta di altre poesie, in 4500 copie). Guardando la lista delle varie tirature è evidente che negli anni ‘60 Šiktanc fosse un poeta la cui opera faceva breccia non soltanto nei critici dell’epoca, ma anche nei lettori; il numero di copie dei suoi libri è ben oltre la media della tiratura della poesia ceca degli anni ‘60. Analizzando il destino dell’ultima raccolta di quel periodo è anche evidente che con l’arrivo della “normalizzazione”, vale a dire col ritorno di un’interpretazione ortodossa del comunismo, grazie all’occupazione sovietica, Šiktanc viene a trovarsi nella lista degli autori proibiti, ai quali non è permesso pubblicare ufficialmente negli anni ‘70 e ‘80 e i cui testi già pubblicati sono ritirati dalle librerie e dalle biblioteche pubbliche. Per questa ragione le sue nuove raccolte escono in quel periodo solo come samizdat, riprodotte illegalmente con la carta carbone, oppure grazie a pubblicazioni all’estero (“in esilio”). Il pubblico dei lettori cechi inizia a conoscere le sue opere di fine anni ‘60 nel corso degli anni ‘90, quando vengono contemporaneamente pubblicate anche le sue nuove raccolte. La poesia di Šiktanc diventa tema non soltanto per recensioni ma anche per studi storico-letterari o sulla versificazione e lo stesso Šiktanc viene ormai visto come un classico vivente della poesia ceca. La tiratura delle ripubblicazioni delle sue raccolte è decisamente inferiore rispetto a quella degli anni ‘60, in quanto l’intera sfera della poesia viene ad occupare i margini dell’interesse dei lettori e dei media.
L’opera di Šiktanc di questo periodo è caratterizzata, dal punto di vista dei temi, invece che dall’effimero come durante gli anni ‘50, dalla costruzione di un mitico mondo immaginario, nel quale il fenomenale e il parziale diventano fatale e un tutt’uno. La poesia non ha il compito di rimandare mimeticamente al mondo, denominare e ornare gli avvenimenti intorno a noi, ma piuttosto di fondare e costruire un mondo particolare. Incantesimi sui vivi offre tredici atti di incantesimi, vale a dire di magia poetica, dove il soggetto lirico forgia parole “artificiali” (neologismi, arcaismi, biblismi), legate in un insieme sintattico grazie all’immaginazione e alla dizione espressiva e non con una logica presa in prestito dal mondo reale. Il flusso di parole è continuamente tagliuzzato da ripetizioni, da frasi di una sola parola, da esclamazioni imperative, parentesi, puntini sospensivi, dalla punteggiatura, a volte presente a volte completamente assente. Come se si cercasse il flusso naturale dell’elocuzione, interrotta però da continui ritorni, da rotazioni cicliche intorno allo stesso motivo, dall’ingresso di un’altra voce. Le parole resistono ad una dizione naturale, si difendono dall’essere soltanto usate, in ogni senso del termine: creano una propria etimologia, le risonanze rimandano ad omonimi o a parole di una minima variazione fonologica ma di grande variazione significativa, motivi concreti si sovrappongono e fondono con “grandi” parole astratte. Il soggetto lirico vuole “incantare”, ammaliare, ma anche su di lui ha la meglio la lingua stessa, come un gioco di regole d’espressione artificiali, ma anche come lascito avito traboccante di significati, che le espressioni portano con sé e che il parlante non può, non riesce oppure non vuole affinare a tal punto da poter dire quello che realmente vuole. Egli sospira e inizia a narrare, ma l’immaginazione costituita dal solo potenziale della lingua come un sistema impersonale e improprio produce significati continui, così che l’insieme della poesia si espande in ampiezza. Allo stesso tempo, però, l’ordine della poesia non scompare del tutto; Šiktanc non è un poeta con flusso di coscienza e “zone” alla maniera di Apollinaire. Le sue composizioni poetiche sono una lotta tematica continua per l’ordine; il lettore è messo continuamente fuori strada, ma non viene mai a sentirsi completamente perso: la poesia è tenuta insieme dalla sua dizione, immaginazione, ritmo o melodia, ma anche dalla struttura dei vari motivi, che crea una rete semantica relativamente stabile, sia nel contesto della singola poesia, sia nel contesto dell’intera raccolta o dell’intera opera.
“Incantati” sono i pesci, i cani, i figli, ma anche il dolore, gli dei o la vittoria. L’astratto e il concreto si fondono, senza possibilità di riconoscerne le frontiere, senza catarsi, capace di gerarchizzare e scindere il banale e il fatale. Molti versi o frasi hanno l’aspetto di definizioni, suggestive affermazioni generalizzanti; soltanto che non si finisce con quelle, il parlante nel finale non arriva analiticamente a quelle affermazioni, in quanto esse sono suggestivamente e immediatamente problematizzate e la loro provvisorietà linguistica e concettuale viene di nuovo scoperta e decostruita; frasi suggestive che si imprimono nella mente e che invogliano il lettore al ricordo (e Šiktanc a volte recita lui stesso le poesie in pubblico, così che l’aspetto uditivo rimane a lungo serbato) ma che sono immediatamente coperte da nuove frasi suggestive, oppure sono banalizzate da variazioni che si svuotano di contenuto. L’insieme delle poesie prepara al racconto, ma invece che completato, questo racconto viene smontato in parti; invece che riassunto e “morale”, a noi arriva soltanto un sospiro rassegnato.
parte 2