Saggio su Karel Šiktanc
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Al premio Viareggio dei 1967, opera prima sottoposta dalla Mondadori, non premiarono l’opera Sessioni con l’analista, finalista fino all’ultimo, perché allora si premiavano gli arrampicatori della cuccagna comunista – sfido chiunque, malgrado le false apparenze democratiche del mondo intellettuale, a giudicare adesso l’opera vincitrice con la mia senza “ideologia”.
A un altro premio che vinsi nel 1988 vi partecipai perché invitato.
So che tutti coloro coscienti della propria scarsezza, nel blocco degli eletti e nel blocco delle pecore, si riconoscono senza sorpresa nella esplicita didascalia all’inizio del volume Paradigma. Nel caso che nessuno l’abbia letta la ripeto qui:
Sono dannato a fissarvi negli occhi di roditori
poetucoli destinati a rosicchiare la vostra identità di amanuensi.
Se io le mollo, accetto di prenderle.
Ma c’è una differenza profonda che ci separa: io, con pochi altri, generoso, che amo e rispetto davvero la poesia, onesto e simpatico con tanto di prove; loro generosi nello scambio, avari falsi gelosi invidiosi, e antipatici musoni con tanto di prove; tutti giudicati dal tempo che setaccia la sabbia, scarta il marciume, seppellisce le immondizie, e brilla con il poco su cui vale fermarsi.
Io e la mia arte non abbiamo fretta.
RB. Prima parlavi di Campana “vero poeta”. Naturalmente concordo, ma basta per te a farlo grande? Io lo reputo, proprio per il suo canone, un epigono. Con ciò lo proteggo e sostengo per la potenza della sua poesia, che però, in questo opposta alla tua, è più visionaria che umana.
ADP. Per fortuna è il suo proprio epigono. Rimane l’unica propria esperienza incontrollata eppure cristallina e nel suo modo controllata. È l’istinto dell’artista visionario. T’immagini tante campanelle imitatrici di Campana? È un poeta da non imitare. Confrontando la sua poesia alla mia dici che la sua è opposta alla mia, più umana. Spero non lo sia, preferisco averla feroce dell’animale dolce che ha il proprio canone, cioè l’istinto; perciò, se il poeta è un artista, possiede il candore e il canone dell’animale.
RB. Paradigma è il titolo del libro che raccoglie tutta la tua poesia fino al 2005 ed è ripreso da un tuo libro del 2001. Puoi spiegare questo titolo?
ADP. Sí, lo spiego più avanti.
Il libro del 2001 con alcune recensioni positive è passato inosservato e non distribuito per disinteresse dell’editore o tipografo che sia. Permettimi allora di arrivare al finale enigma del titolo raccontando in breve un evento in cui non vi era un altro “animale”.
Invitato a recitare tre mie poesie a una conferenza sui canoni della poesia italiana contemporanea, quel giorno fin dall’alba non mi sentivo bene. Tuttavia da giorni avevo deciso di mancare all’appuntamento per evitare il traumatico scossone che mi ero ripromesso di combinare leggendo, non le poesie già stampate nel catalogo della giornata, ma la pagina che avrei scritto per l’occasione. Perché attirarmi addosso l’inimicizia inutile di inutili? Infatti, il mattino dopo, alle otto, al telefono mi si chiede cosa mi avesse trattenuto a casa. Non dico la verità originale, ma l’altra verità più facile da dire: non stavo bene. Mi si suggerisce di parteciparvi quel giorno, 28 ottobre. “Va bene” rispondo, “faccio la mia marcia”.
Nel teatro dichiarano pagine sui canoni.
Durante una pausa riconosco delle persone e ci salutiamo. Non conosco altre, provenienti dall’Italia. Nessuno ci presenta ed io, carogna di snob arrogante quando mi necessita di esserlo, sto alla larga. Alla ripresa la moderatrice m’introduce al pubblico. Alla fine della mia breve recita, inizia un elenco di interminabili versificatori. Ascolto esterrefatto.
Al termine della conferenza mi si chiede quale specifico significato abbia il titolo della mia opera Paradigma. Colgo l’inaspettata occasione per rispondere alla tua domanda, riprendendo in maniera diversa il filo di quello che mi ero promesso di dire:
“Ho ascoltato oggi tutta la poesia casalinga che si possa ascoltare. Paradigma significa semplicemente esempio per i cosiddetti poeti italiani che dovrebbero leggermi e imitarmi”. La moderatrice commenta sulla mia presunta modestia. “È vero, troppa”, rispondo ridendo. Con anticipata soddisfazione mi accorgo che i presenti, benché incuriositi, mi evitano.
RB. Che differenza riscontri tra il mondo degli autori italiani in Italia e quello, ridotto, degli autori italiani in America?
ADP. Veramente, con il mio comportamento antidiplomatico, insegno una lezione poetica al mondo dell’omertà della poesia italiana residente in Italia. Una voce sibillina mi ispira la lezione.
Si dice che il manipolo di scrittori italiani che vive e lavora negli Stati Uniti sia deriso e non rispettato dall’esercito di “poeti” che vive e muore sulla carta in Italia; e che l’esercito, in questo caso più ignorante che ridicolo, si è autoeletto superiore al manipolo. È probabile che resti un sussurro, e basta. Ma lo stesso necessita la chiarificazione seguente: l’esercito di Caporetto, fasciatasi con pezze da piedi la testa piena di vanvere, troppo spesso usa il manipolo perché questo brighi e si sbrighi a pubblicare in versione americana nelle nostre riviste e in libri le loro meningiti che ancora troppo spesso si rivelano statiche cascate di vocabolari.
L’esercito non apprezza che il manipolo si dedichi, senza chiedere scambi, a far conoscere la poesia italiana, la quale, nonostante la nostra passione e generosità di umiliati, rimane umiliata e difficile a farsi valere in questo continente che tende ad ignorare l’opera straniera. Io ne so qualcosa come Chelsea Editions, e ne sa qualcosa Luigi Fontanella con la sua Gradiva Publications. Ma vale insistere? Sí, senza dubbio, anche se l’esercito disdegna ciò che è dovuto. Non so cosa i miei colleghi in America pensino. Ma io, condiscendente, con fermezza dico che se va tutto bene la parte migliore dell’esercito si pareggia, tecnicamente, ma con scadente esito di poesia, con quella del manipolo che ha più vasta conoscenza di vita. È che l’esercito non ha niente da dire in quanto non ha niente da dire, barricato com’è nel suo vuoto. La poesia è vera, non quando la si narra o la si descrive a vuoto, ma soltanto se c’è del vissuto che si svela in immagini saltellanti sulla pagina. La poesia è o non è. Confermo che il più della poesia calcante il canone o i canoni stabiliti, e quella che calca una pseudo avanguardia ottusa di sciocchezze, sono orrende quanto l’aborto, oppure, meno crudele, sfociano in quello stesso risultato: il fallimento.
Da qui ti fai una idea che io, benché schiaffi lì e calci là, amo e difendo la poesia del blocco degli eletti e di quello del gregge. Dipende. Però sono cosciente delle mie sconfitte contro i mulini a vento, sconfitte che mi accelerano la volontà di appellarmi alla giustizia della poesia anche in nome di chi, in disparte, non grida o bela lo scandalo, e lascia aggrandire il nulla. Qualche rara persona assisterà. Qualche critico onesto. In attesa, democraticamente incito quell’esercito di spenti mulini a vento di smettere di sventagliare aria e a limitare l’annientamento delle foreste.
RB. Bene, caro Alfredo, l’intervista è giunta al termine, lascio a te l’ultima parola.
ADP. Questa intervista, per la quale ti sono riconoscente, contiene un po’ di tanti pensieri, intuizioni, lecite esagerazioni, vicende della mia esistenza priva di vocaboli patetici. Non scherzo se ripeto che la mia lezione è validissima ai presunti poeti di casta e di espressione casalinga. Ai quali, non appena terminato di leggere con rabbia e invidia l’intervista e i saggi, consiglio di aprirsi al vero, seguendo, magari di nascosto e insultandomi, l’esempio: il mio PARADIGMA.